Gary Gilmore (Utah, 17 gennaio 1977)
Theodore Robert Bundy (Florida, 24 gennaio 1989)
Robert Alton Harris (California, 21 aprile 1992)
Billy Bailey (Delaware, 25 gennaio 1996)
John Albert Taylor (Utah, 26 gennaio 1996)
Pedro Medina (Florida, 25 marzo 1997)
Karla Faye Tucker (Texas, 3 febbraio 1998)
Sean Sellers (Oklahoma, 4 febbraio 1999)
Karl e Walter LaGrand (Arizona, 24 febbraio e 3 marzo 1999)
Allen Lee Davis (Florida, 8 luglio 1999)
Shaka Sankofa (Gary Graham) (Texas, 22 giugno 2000)
Rocco Derek Barnabei (Virginia, 14 settembre 2000)
Timothy McVeigh (Esecuzione Federale, Terre Haute – Indiana – 11 giugno 2001)
Aileen Carol Wuornos (Florida, 9 ottobre 2002)
GARY GILMORE (Draper, Utah – 17 gennaio 1977)
“Let’ s do it!”, “Facciamolo!”, queste le utlime parole di Gary Mark Gilmore, classe 1940, il primo omicida ad avere l’onore di essere giustiziato dopo la reintroduzione della pena di morte negli Usa nel 1976. Condannato a morte per gli omicidi di un benzinaio e di un direttore di un motel nel 1976, lasciò decadere gli appelli finali per avere salva la vita, e preferì la fucilazione all’impiccagione, metodi in vigore in quegli anni nello Utah.
L’esecuzione venne fissata per il 17 gennaio alle 8.00 del mattino, e i volontari che formavano il plotone d’esecuzione presero posto pochi metri di fronte alla sedia cui sarebbe stato legato Gary per essere giustiziato. Tra le 5 pistole usate per porre fine alla vita del condannato, una venne caricata a salve (secondo il protocollo d’esecuzione tramite fucilazione dello Utah), in maniera tale che nessuno dei 5 “boia” avesse la certezza di aver ucciso un uomo. Tutto era pronto, il condannato venne incappucciato, legato alla sedia e gli venne attaccato un cerchio di stoffa bianco all’altezza del cuore, per rendere più facile il compito ai tiratori. Dopo aver pronunciato le sue ultime parole, passarono pochi attimi e si udirono tre distinti spari, colò del sangue sulla divisa da carcerato e in terra, e dopo 20 secondi venne dichiarato morto.
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THEODORE ROBERT (TED) BUNDY (Starke, Florida – 24 gennaio 1989)
C’era una strana atmosfera quella fredda mattina di gennaio, un’atmosfera quasi festaiola tra le quasi 300 persone che affollavano il prato antistante la Raiford Prison dalle prime luci del mattino. Era giunto il giorno che milioni di americani aspettavano dal lontano 1980, quando Theodore Robert Bundy era stato condannato alla sedia elettrica per l’omicidio di Kimberly Leach, avvenuto alla fine degli anni 70 in Florida, anche se venne riconosciuto colpevole di oltre 35 omicidi oltre a questo negli stati di Washington, Colorado e nella stessa Florida.
Dopo innumerevoli rinvii dell’esecuzione, finalmente erano giunte quasi le 7 del mattino, ora previsto per l’esecuzione, e moltissimi erano gli americani che attendevano con fervore la notizia della morte di uno dei più efferati serial killer che l’America ricordi. A Starke, semplici cittadini mascherati e vestiti a festa e con cartelloni con scritte ingiurianti per Bundy erano pronti ad esultare, e così fecero pochi istanti dopo che la “buona notizia” venne riportata al di fuori del carcere.
Nella “camera della morte”, stanza che ospitava la sedia elettrica nel carcere, la porta si aprì pochi secondi dopo le 7, e un Ted Bundy dallo sguardo asente e spento (probabilmente a causa delle dosi massicce di tranquillanti che gli erano state somministrate la notte precedente o perchè non aveva, ormai, più speranze di un rinvio dell’esecuzione) venne fatto entrare e rapidamente legato alla sedia. Tra i testimoni dell’esecuzione, anche l’ufficiale della Polizia che aveva fermato Ted Bundy per un controllo e che l’aveva arrestato in Florida. Dopo una rapida occhiata alla saletta dei testimoni, dove Bundy riconobbe molte facce a lui note durante anni di caccia all’assassino e di processi, il condannato venne incappucciato e il direttore del carcere lanciò il segnale al boia per far iniziare l’esecuzione. Sebbene la sua identità sarebe dovuta rimanere segreta, si intravidero dal copricapo del carnefice “due lunghe ciglia nere”, segno che si trattava di una donna.
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ROBERT ALTON HARRIS (San Quentin, California – 21 aprile 1992)
Il 21 Aprile del 1992 lo Stato della California si apprestava a giustiziare il primo condannato dal 1967, anno dell’ultima esecuzione nello Stato, nella tristemente nota camera a gas.
Robert alton Harris era stato condannato per il furto dell’auto e il brutale omicidio di due ragazzi avvenuto nel 1978, e rinchiuso a San Quintino dal 1979. L’esecuzione era stata schedulata per le 0.01, mezz’ora dopo che la prima sospensione era stata annullata, ma venne spostata di 4 ore per far sì che le corti deliberassero sulla considerazione che l’esecuzione tramite gas letale trasgrediva all’8° Emendamento della Costituzione, essendo una punizione crudele ed inusitata. Un giudice federale stabilì allora, per mostrare a tutti le sofferenze inferte con questo metodo di esecuzione, che la morte di Harris dovesse essere filmata e venne montato un treppiede di fronte alla camera a gas. L’esecuzione venne quindi fissata per le 4.01 del mattino. Poco prima delle 3, indossò un paio di jeans ed una camicia nuovi. Venne legato ad una delle due sedie nella camera ed attese l’inizio dell’esecuzione per 12 minuti, quando giunse inaspettata una telefonata di un giudice d’appello statunitense che ordinò un’ulteriore sospensione, e davanti ai 49 testimoni dell’esecuzione Harris venne slegato dalla sedia e riportato nella sua cella.
In nove ore 4 sospensioni erano state ordinate ed annnullate, e alla fine la Corte suprema stabilì che le uniche sospensioni che sarebbero valse erano quelle ordinate dalla Corte stessa. Poco prima delle 6 Harris venne portato di nuovo nella camera a gas e legato alla sedia, alle 6.05 venne chiusa la porta e alle 6.07 vennero fatte cadere nell’acido cloridrico le pastiglie che avrebbero generato il gas letale. Dopo diversi respiri profondi, iniziarono le convulsioni, il volto cambiò di colore e tossì diverse volte. Alle 6.21 il responsabile dell’esecuzione Daniel Vasquez dichiarò Robert Harris clinicamente morto. Le sue ultime parole, rese note solo dopo l’esecuzione, furono “Puoi essere un re o uno spazzino. Ma ognuno danza con la spietata mietitrice” (”You can be a king or a street sweeper. But everybody dances with the grim reaper”), che passarono alla storia.
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BILLY BAILEY (Smyrna, Delaware – 25 gennaio 1996)
Per gli Usa il 25 gennaio del 1996 era la data della terza impiccagione nella storia della pena di morte nell’era moderna (vale a dire dal 1976, anno della reintroduzione della pena capitale), le prime due avvenute nello Stato di Washington. Aveva scelto di morire con questo metodo, invece che tramite un’iniezione letale, Billy Bailey, colpevole dell’omicidio di Clara e Gilbert Lambertson, una coppia di commercianti, avvenuto nel 1979. Lo Stato del Delaware non aveva giustiziato nessuno tramite impiccagione da 50 anni, e le autorità chiesero delucidazioni agli ufficiali carcerieri di Walla Walla (il carcere dove avvengono le esecuzioni nello stato di Washington). Nel 1986 nel Delaware venne adottato come metodo di esecuzione ufficiale l’iniezione letale, ma per chi era stato condannato a morte prima di quell’anno (e precisamente prima del 13 giugno 1986) c’era ancora la possibilità di morire impiccato, cosa che chiese Bailey. La nuova forca era stata costruita all’aperto, nel cortile del Delaware Correctional Center a Smyrna nel 1986: è una struttura totalmente in legno completa di tetto e rinforzata, sollevata circa 15 piedi dal terreno (circa 4 metri e mezzo) e vi si accede salendo 23 gradini. Per l’impiccagione, viene seguito scrupolosamente un protocollo, che prevede tra l’altro l’obbligo di un cappuccio nero per la testa da far indossare al condannato e la guida al trattamento da seguire per ottimizzare la resa del cappio. Bailey trascorse le sue ultime 24 ore in un caravan vicino al luogo dell’esecuzione mangiando, dormendo, guardando la Tv e parlando col suo avvocato e con i parenti che erano giunti per la visita finale. Poco prima della mezzanotte, venne scortato con le mani legate fin sù il patibolo da due guardie incappucciate, rimase con lo sguardo fisso verso i testimoni per circa 5 minuti, quando venne coperto
da un’imbragatura di nylon ed incappucciato, poi gli venne infilato il cappio con il nodo dalla parte sinistra e rispose, alla domanda del boia Snyder se avesse un’ultima dichiarazione da fare, che non aveva nulla da dire. Alle 0.04 venne spalancata la botola sotto i suoi piedi, e Bailey precipitò rimanendo a circa 3 metri da terra all’interno di essa. In questa posizione roteò per 6 volte in senso orario e una volta nella direzione opposta. Venne calata una coperta di tela per nascondere il corpo, e rimasero visibili solo le sue scarpe da tennis. Venne ufficialmente dichiarato morto alle 0.15 locali, al termine di un’esecuzione definita “senza complicazioni”.
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JOHN ALBERT TAYLOR (Draper, Utah – 26 gennaio 1996)
Il giorno dopo l’esecuzione tramite impiccagione di Billy Bailey, l’attenzione dei media statunitensi e di moltissime altre nazioni di tutto il mondo si spostò nello Utah, dove un uomo condannato a morte per lo stupro e l’omicidio di una bambina di 11 anni voleva rendere il suo omicidio un duro e faticoso compito per le autorità statali. Per farlo, aveva deciso di morire sotto i colpi del plotone d’esecuzione, come aveva fatto Gary Gilmore nel 1977.
Taylor, proprio come il suo predecessore giustiziato col plotone d’esecuzione nello Utah, venne legato alla sedia pochi minuti dopo la mezzanotte, ora prevista per l’esecuzione, vestito con abiti scuri per mascherare al pubblico il sangue che sarebbe fuoiruscito dopo l’esecuzione. dopo il conto alla rovescia per dare il via alla carneficina, le 5 pistole caricate (di cui una a salve) vennero rivolte verso il prigioniero che, raggiunto dai colpi, sobbalzò (per quanto potè farlo, avendo solo i piedi non legati alla sedia di metallo nero) e ricadde dopo pochi secondi, senza un grido o un lamento. Dopo che il medico lo ebbe visitato e scrutato le pupille in cerca di segni vitali, venne dichiarato ufficialmente morto.
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PEDRO MEDINA (Starke, Florida – 25 marzo 1997)
Ha sostenuto fino in fondo la sua innocenza Pedro Medina, un immigrato cubano accusato dell’omicidio di un’anziana signora di Orlando, Florida, avvenuto nel 1982. Dopo essere stato rilasciato da un ospedale psichiatrico cubano nel 1981, Medina, con alle spalle una lugna storia di disturbi mentali e psichici, decise che la sua terra da quel momento in poi sarebbe stata la tanto sognata Florida, che non esitò a condannarlo a morte per un omicidio che sostenne di non aver mai commesso e sulla base di prove insufficienti a mandare un uomo sulla sedia elettrica.
Legato ad “Old Sparky”, il tristemente noto strumento di morte della Florida, Medina continuava a gridare la propria innocenza. Appena il suo corpo venne atraversato da 2000 Volts di corrente, fiamme arancioni alte circa 15 cm si levarono dalla maschera che copre il volto dei giustiziati sulla sedia elettrica, riempendo la stanza della morte e quella dei testimoni con fumo ed un odore acre di carne bruciata. Il ciclo automatico di 3 minuti previsto dal protocollo d’esecuzione della Florida venne immediatamente interrotto manualmente, ma le fiamme ripresero a levarsi una volta ripreso il ciclo, e non terminarono fin quando la corrente non venne tolta e Medina dichiarato morto. Grande fu l’orrore e il raccapriccio tra i testimoni, e due esperti pagati dal Governatore della Florida arrivarono alla conclusione che le fiamme erano derivate dall’utilizzo e il posizionamento non corretto di una spugna posta nel casco per gli elettrodi usato per l’esecuzione.
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KARLA FAYE TUCKER (Huntsville, Texas – 3 febbraio 1998)
Una richiesta di perdono alla famiglia delle vittime, Jerry Dean e la sua amante Deborah Thornton, un ringraziamento al responsabile del braccio della morte Baggett, la promessa e la speranza di un futuro incontro in Paradiso con tutti i presenti. Queste le ultime parole di Karla Faye Tucker, la donna giustiziata negli Usa più famosa per il clamore suscitato dalla sua vicenda, che ha spinto molte nazioni a chiedere l’intervento del Governatore del Texas per fermare l’esecuzione n. 145 nello Stato-mattatoio dal 1982. L’omicidio che l’aveva portata nel braccio della morte era troppo grave, troppo cruento per concedere la commutazione della condanna a Karla, e George Bush II non poteva rischiare di lasciare in vita “l’assassina con l’ascia” per poi vederla libera dopo qualche anno (il Texas contempla nelle proprie leggi la possibilità della libertà condizionata, che avrebbe reso la donna libera dopo qualche anno se le fosse stata commutata la condanna a morte).
Durante questi anni trascorsi nel braccio della morte, la donna era profondamente cambiata nel carattere e nel comportamento, essendo diventata da prostituta tossicodipendente qual era una fervente cristiana che leggeva la Bibbia, preparava lavori a maglia per le altre detenute, e aveva addirittura sposato in carcere Dana Brown, un reverendo, avvicinandosi così ancora di più a Gesù. Così, dopo un’ ultima cena a base di pesche, insalata e di banane, i suoi nervi avevano ormai ceduto, e il coraggio e la forza che aveva dimostrato nell’affrontare gli ultimi giorni della sua vita avevano lasciato il posto alla disperazione e alle lacrime. Alla notizia del rifiuto di sospendere la condanna da parte del Governatore, si era buttata piangendo sul petto del Direttore del carcere, dicendo che ormai anche il Signore l’aveva abbandonata. La Tucker è stata condotta nella camera della morte texana alle 18.01 e legata al lettino per l’iniezione letale. Dopo la sue ultime parole, ha ricevuto in vena il cocktail mortale che avrebbe posto fine alla sua vita, ha tossito per due volte, ha emesso un gemito e si è addormentata per sempre, con gli occhi aperti a fissare il soffitto della sterile ed antisettica stanza delle esecuzioni.
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SEAN SELLERS (McAlester, Oklahoma – 4 febbraio 1999)
Assassino a 16 anni, troppo piccolo anche per consumare alcolici, ma per le leggi dell’Oklahoma un criminale da mandare all’altro mondo, e non c’è stato verso di far cambiare il corso delle cose, destinato a portarsi via un’altra vita umana.
Questa volta è toccato a Sean Sellers, accusato dell’omicidio della madre e del patrigno, Vonda and Paul Bellafatto, il 5 marzo del 1986, e di Robert Paul Bower, l’8 settembre del 1985. Condannato a morire per iniezione letale, si è scoperto nel corso degli anni che Sean soffrisse di MPD, Disordine da Personalità Multipla, malattia che lo rendeva incapace di intendere e volere durante gli omicidi compiuti. La legge di Stato prevede che prove del genere, anche se presentate a processo finito, danno la possibilità di rivdere il caso e devono essere prese in esame da una giuria, ma l’Oklahoma Court of Criminal Appeals (la Corte per gli Appelli dei Criminali dell’Oklahoma) ha negato l’evidenza dell’esistenza di questo disturbo mentale in Sellers. La Tenth Circuit Court of Appeals, scioccata dal rifiuto di prendere in considerazione l’MPD del condannato, ha deciso di intervenire ma, a causa della scarsa rilevanza di un habeas corpus federale mosso per questo caso, ha potuto solo chiedere ed ottenere dalle corti statali di valutare la gravità della MPD di Sellers.
L’ udienza per concedere la grazia si tenne il 27 gennaio, e con una votazione di 5-0 la richiesta venne respinta e la clemenza negata. Intervenne per chiedere la grazia anche una donna che sì aveva votato per la sua condanna a morte, ma si disse pentita perchè al momento del processo in Oklahoma non veniva giustiziato nessuna da 20 anni a quella parte, ed era sicura che Sean Sellers, oltretutto minorenne al momento del reato, non sarebbe mai stato giustiziato, per cui la condanna a morte si sarebbe trasformata in una lunghissima reclusione, perfetta per la redenzione degli assassini.
Ma così non fu, e negata la grazia, venne il 4 febbraio, giorno prestabilito per la sua esecuzione. Trascorse le sue ultime ore guardando la tv, facendo le sue telefonate e consumando una cena cinese, ordinata come ultimo pasto.
Poco dopo mezzanotte, dopo un’ultima dichiarazione in cui chiedeva scusa alla famiglia del patrigno ucciso, venne messo a morte nel carcere di MacAlester, rendendo l’Oklahoma detentore di un triste record: era stata portata a termine la prima esecuzione di un condannato a morte per un reato compiuto all’età di 16 anni, un “baby-killer”, evento che non si verificava ormai da 40 anni negli Usa.
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KARL E WALTER LAGRAND (Florence, Arizona – 24 febbraio e 3 marzo 1999)
La camera a gas del penitenziario dell’Arizona si era aperta e aveva compiuto il suo dovere per l’ultima volta nel 1992, quando tra atroci sofferenze e l’orrore dei presenti nel vedere quel supplizio era stato giustiziato Donald E. Harding. Ora, 17 anni dopo una rapina finita nel sangue ad una banca dell’Arizona (l’omicidio di un manager) e la conseguente e scontata duplice condanna a morte, due fratelli di origine tedesca avevano scelto di morire proprio con questo barbaro ed antiquato metodo d’esecuzione, su quella sedia di metallo ricoperta di pelle nera bucherellata per far meglio salire il gas letale, tanto in voga negli anni dai ‘30 al ‘60. Karl e Walter speravano, con questa scelta, di evitare o almeno di far sospendere temporaneamente le esecuzioni, portando lo Stato a dichiarare la camera a gas un metodo incostituzionale. Ma così non è stato, e l’allora Governatore dell’Arizona Jane Hull ha dato via libera alle due esecuzioni, offrendo loro solo il privilegio di cambiare idea e preferire l’iniezione al gas.
Karl ha preferito morire per mezzo del sistema più antisettico e clinico dei 5 in vigore nella Confederazione, mentre Walter ha perseverato nella sua scelta di morire destando scalpore, sollevando polemiche tra i favorevoli e i contrari alla pena capitale e ovviamente volendo fa inorridire i testimoni che sarebbero stati presenti all’esecuzione.
La condanna a morte dei due, però, mostrava un grave vizio di forma: infatti, al momento dell’arresto dei fratelli LaGrand, la Germania non era stata avvisata, cosa che invece è prevista dalla Convenzione di Vienna, di cui gli Usa erano firmatari, e subito ne era nata una disputa tra Germania ed Usa, ancora non conclusasi.
Giustiziato il 24 febbraio Karl con un’iniezione di veleno, procedura che non aveva richiesto più di 4 minuti, era il turno dell’altro LaGrand, ma la disputa tra gli America ed Europa era ancora in atto.
Per questo, per permettere alla Corte di deliberare in merito, l’esecuzione di Walter, prevista per le 15 -ora locale- del 3 marzo, venne postiticipata di 6 ore.
“Il Governatore non deve preoccuparsi di bloccare la mia esecuzione, mercoledì sarò pronto alle 15 in punto, perchè sono già morto quando è stato ucciso mio fratello”, questa una delle ultime frasi pronunciate pubblicamente da Walter qualche giorno prima della sua esecuzione.
Dopo un lauto ultimo pasto, a base di uova fritte e succo di arancia, Walter è entrato nella camera a gas, è stato legato alla sedia, ha salutato tutti i presenti dicendo di perdonarli e ha espresso la speranza di essere perdonato nella sua futura vita. Dopo che la porta è stata chiusa, sono state fatte cadere delle pastiglie di cianuro nel catino posto al di sotto della sedia, che conteneva acido solforico ed acqua distillata. LaGrand è stato avvolto pochi istanti dopo da una densa nube di fumo rosa, ha inziato a tossire, a scuotere la testa diverse volte ed ha inziato a fuoriuscire della bava dalla sua bocca. Minuti più tardi, si è accasciato con la faccia in avanti, ha tossito nuovamente, ha rialzato la testa e si è accasciato nuovamente in avanti. Dopo 18 minuti, tra il disgusto e il raccapriccio dei testimoni, Walter venne dichiarato ufficialmente morto.
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ALLEN LEE DAVIS (Starke, Florida – 8 luglio 1999)
Era obeso, e le autorià della Florida pensarono bene di rimodernare la vecchia sedia elettrica, ormai cadente, per giustiziare Allen Lee Davis, un 54enne autore di 3 delitti agghiaccianti avvenuti in una casa di Jackonsville, Florida, nel 1982. Uccise a colpi d’arma da fuoco Nancy Weiler, incinta, le sfigurò il volto, e rincorse ed uccise le sue due bambine di 10 e 5 anni, sfondando a quest’ultima il cranio con il calcio della pistola e colpendo con una cattiveria difficilmente vista in un essere umano. La condanna alla sedia elettrica venne richiesta a gran voce durante il suo processo, e nel braccio della morte Davis era ingrassato in modo spaventoso. Proprio per questo motivo inviò una petizione alla Corte della Florida, chiedendo la sospensione dell’esecuzione in quanto, per la sua mole, avrebbe sofferto troppo, e sarebbe stato violato l’8° Emendamento della Costituzione che impedisce l’applicazione della condanna a morte quando l’esecuzione diventa una pena crudele e inusitata. Aveva gravato sulle tasche degli abitanti della Florida anche troppo, consumando pasti sontuosi e richiedendo come ultimo pasto prima della sua uccisione una quantità sproposita di cibi e bevande preparati apposta per lui, e la sua esecuzione venne fissata per le 7 circa del mattino dell’8 luglio. Venne scortato nella camera dove alloggiava la nuova “Old Sparky” (”vecchia sparascintille”, nel linguaggio comune dei condannati a morte), ricostruita in suo onore, su una sedia a rotelle, scalciando, perchè per la sua obesità non riusciva nemmeno più a camminare. Legato al congegno mortale emise un grido appena venne calata la maschera di pelle sul suo volto, ma nessuno se ne curò. Forse Davis, in realtà, si lamentava semlicemente che il sottogola o la maschera erano stati legati troppo stretti sul suo volto, e, poco dopo che il ciclo automatico iniziò il suo lavoro, facendo fluire nel suo corpo migliaia di Volts di corrente elettrica, dal naso uscì copioso del sangue, che colò sporcando la maglietta che indossava. La scena fu raccapricciante, ed in seguito venne chiarito che il condannato soffriva di pressione alta, e la corrente elettrica aveva contribuito, oltre ai lacci stretti che gli premevano sul viso e sul naso in particolare, a far uscire una grande quantità di sangue dal naso. Le foto che ritraggono Davis dopo l’esecuzione sono disponibili on line su diversi siti, specialmente in quelli contro la pena capitale, a testimonianza della barbarie di questo strumento di morte ancora in uso.
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SHAKA SANKOFA (GARY GRAHAM) (Huntsville, Texas – 22 giugno 2000)
“Vorrei dire che non ho ucciso Bobby Lambert. Che sono un uomo nero innocente che sta per essere assassinato. È un linciaggio quello che si sta compiendo stanotte in America. Ci sono prove schiaccianti in mia difesa che non sono mai state ascoltate in nessun tribunale dell’America. Ciò che sta accadendo qui è un oltraggio per qualunque paese civile, per chiunque da qualunque parte si trovi a guardare ciò che sta accadendo di sbagliato qui.
Ringrazio tutti coloro che hanno manifestato per la mia causa. Mi hanno appoggiato. Dico alla famiglia del Sig. Lambert che non ho ucciso Bobby Lambert. State perseguendo l’esecuzione di un innocente.
Voglio esprimere il mio sincero ringraziamento a tutti voi. Dobbiamo continuare ad andare avanti e fare tutto il possibile per mettere al bando il linciaggio legale in America. Dobbiamo continuare ad essere risoluti in tutto il mondo, e le persone devono unirsi per fermare l’uccisione sistematica della gente nera povera e innocente. Dobbiamo continuare a lottare uniti e a chiedere una moratoria di tutte le esecuzioni. Non dobbiamo consentire che l’assassinio/linciaggio di questa notte venga dimenticato, miei fratelli. Dobbiamo diffonderlo a tutta la nazione. Dobbiamo continuare ad avere fede. Dobbiamo andare avanti.
Riconosciamo che molti leader sono morti. Malcolm X, Martin Luther King ed altri che si sono battuti per ciò che era giusto. Noi dobbiamo, voi dovete fratelli, ecco perchè vi ho chiamati oggi. Dovete portare avanti quel compito. Ciò che sta avvenendo qui è solo un linciaggio. Ma continueranno a linciarci per i prossimi 100 anni se voi non porterete avanti quella tradizione e quel periodo di resistenza.
Prevarremo. Possiamo perdere questa battaglia ma vinceremo la guerra. Questa morte, questo linciaggio sarà vendicato. Sarà vendicato, deve essere vendicato. La gente deve vendicare questo omicidio. Così miei fratelli restate forti, continuate ad andare avanti.
Sappiate che vi amo. Io amo la gente, amo tutti voi per la vostra forza, per il vostro coraggio, per la vostra dignità, per il fatto di essere venuti qui stanotte, per come vi battete e tenete unita questa nazione. Continuate ad andare avanti, miei fratelli. la schiavitù non ha potuto fermarci. Il linciaggio non ci ha fermati nel sud. Questo linciaggio non ci fermerà stanotte. Noi andremo avanti. Il nostro destino in questo paese è la libertà e la liberazione. Otterremo la nostra libertà e la nostra liberazione con ogni mezzo necessario. Con ogni mezzo necessario continueremo ad andare avanti.
Ti amo, Sig. Jackson. Bianca accertati che lo stato non si prenda il mio corpo. Fai in modo che il mio nome sia Shaka Sankofa. Il mio nome non è Gary Graham. Fai in modo che compaia sulla mia tomba. Shaka Sankofa.
Sono morto combattendo per ciò in cui credo. Sono morto lottando per ciò che era giusto. Non ho ucciso Bobby Lambert e la verità verrà fuori. Verrà fatta emergere.
Sig. Robert Mohammed e tutti voi, voglio che questa cosa sia portata in un tribunale internazionale e che ci sia un procedimento legale. Procuratevi tutti i video di tutti i pestaggi. Mi hanno colpito alla schiena. Mi hanno picchiato in quella unità. Procuratevi tutti i video che possano sostenere quel procedimento legale. E denunciate al pubblico il genocidio e questa brutalità, e fate in modo che il mondo veda ciò che sta davvero accadendo qui dietro le porte chiuse. Fate in modo che il mondo veda la barbarità e l’ingiustizia di ciò che sta davvero accadendo qui. Dovete ottenere quei video. Dovete denunciare quest’ingiustizia al mondo. Dovete continuare a chiedere una moratoria di tutte le esecuzioni. Dobbiamo andare avanti.
Ministro Robert Mohammed, Ashanti Chimurenga, vi sono grato per essere stati accanto a me e a mia sorella. Lei è una Regina guerriera forte. Continuerà ad essere una persona su cui fare affidamento. Creda in se stessa, deve camminare a testa alta, nello spirito di Winnie Mandela, nello spirito di Nelson Mandela. Dobbiamo andare avanti. Fermeremo questo linciaggio. Reverendo Al Sharpton ti sono grato, fratello mio. Bianca Jagger, amo tutto di te. Continuate a lottare insieme. Reverendo Jesse Jackson sappia che questo omicidio, questo linciaggio non sarà dimenticato. Sono grato anche a lei, mio fratello.
Questo è genocidio in America. Questo è ciò che accade agli uomini Neri quando lottano e protestano per ciò che è giusto. Ci rifiutiamo di scendere a compromessi, ci rifiutiamo di rinunciare alla dignità per ciò che sappiamo è giusto. Ma andremo avanti, siamo stati forti in passato. Continueremo ad essere forti come popolo. Potete uccidere un rivoluzionario ma non potete fermare la rivoluzione. La rivoluzione continuerà. La gente porterà avanti la rivoluzione. Voi siete coloro che devono portare avanti quella rivoluzione per liberare i nostri bambini da questo genocidio e da ciò che sta accadendo qui questa notte. Ciò che è accaduto negli ultimi 100 anni in America. Questa è la parte del genocidio, questa è la parte dell’africano (incomprensibile), che noi in quanto neri abbiamo subito in America. Ma ce la faremo, continueremo a lottare. Continueremo, otterremo la nostra libertà e la liberazione, con ogni mezzo necessario. Siate forti. Non possono ucciderci. Andremo avanti.
Ai miei figli, alle mie figlie, a tutti voi. Vi amo. Siete stati meravigliosi. Tenete alta la testa. Continuate ad andare avanti. Restate uniti. Mantenete l’amore e l’unità nella comunità. E la vittoria sarà garantita. La vittoria per la gente sarà garantita. Otterremo la nostra libertà e la liberazione in questo paese. La otterremo e ci riusciremo con ogni mezzo necessario. Continueremo a lottare. Tenete alta la testa. Continuate a lottare. Tutti voi leader. Continuate a lottare. Portate il vostro messaggio alla gente. Predicate la moratoria di tutte le esecuzioni. Porremo fine alla pena di morte in questo paese. Porremo fine ad essa in tutto il mondo. Spingete la gente. E sappiate che ciò che state facendo è giusto.
Questo non è nient’altro che un puro e semplice assassinio. Questo è ciò che sta accadendo stanotte in America. Nulla di più che un omicidio di stato, un linciaggio di stato, proprio qui in America e proprio qui stanotte. Questo è ciò che sta accadendo miei fratelli. Nulla di meno. Sanno che sono innocente. Hanno i fatti per dimostrarlo. Sanno che sono innocente. Ma non possono riconoscere la mia innocenza perché farlo sarebbe come ammettere pubblicamente la loro colpa.
Questo è qualcosa che questa gente razzista non farà mai. Dobbiamo ricordare fratelli che questo è ciò che ci ritroviamo ad affrontare. Dovete portare avanti questo tentativo. Dovete essere forti. Dovete continuare a tenere alta la testa ed esserci. Ed io amo anche te fratello mio. Tutti voi che vi siete schierati al mio fianco. Prevarremo …continueremo a lottare … continuate a lottare Neri
… potere Nero…
… continuate a lottare Neri…
… potere Nero…
… continuate a lottare Neri…
… continuate a lottare Neri…
… mi uccideranno stanotte…
… mi uccideranno stanotte… ”
Queste sono le ultime parole di Gary Graham, uno dei neri giustiziati più famosi degli Usa, ucciso dallo Stato della “Stella solitaria”, il Texas, nel 2000.
Venne condannato per un delitto compiuto il 13 maggio del 1981 ai danni di un 52enne bianco, per il quale Shaka si è sempre dichiarato innocente, incastrato solo dalla testimonianza di una persona che al buio e a 10 metri di distanza diceva di aver riconosciuto, dopo averlo visto per pochi secondi, la faccia di Graham come colui che aveva sparato. Molte furono le prove della sua innocenza che, però, non vennero mai presentate in fase processuale, prime tra tutte quelle balistiche che dimostravano l’assoluta estraneità del giovane con il crimine consumatosi querlla sera, soprattutto per colpa dell’avvocato che avrebbe dovuto difenderlo ma che è stato totalmente incapace di svolgere il suo lavoro.
Aveva 17 anni quando entrò nel braccio della morte del Texas, e durante i 19 anni di reclusione che hanno preceduto la sua uccisione si è sempre battuto per dimostrare la sua innocenza e per convincere l’opinione pubblica che la sua esecuzione sarebbe stata semplicemente una follia, un linciaggio di Stato addirittura un olocausto verso gli afro-nordamericani, l’unico sistema per togliere di mezzo dall’America perbenista e “perfetta” i poveri e i neri come lui, considerati veri e propri mali della società.
Graham aveva giurato che avrebbe “fatto l’inferno” pur di non lasciarsi uccidere. Ed è stato di parola: quando in cinque (la “squadra della morte”) sono andati a prelevarlo in cella, ha ingaggiato un vero e proprio corpo a corpo con i secondini, che sono stati cotretti ad ammanettarlo; stessa scena nella camera della morte. Aveva le braccia piene di graffi e la camicia strappata, segni della lotta che aveva appena sostenuto, ed è giunto davanti al boia legato dalla testa ai piedi, ammanettato. “Ci sono voluti circa trenta secondi per tirarlo fuori dalla cella, e un minuto buono per legarlo alla branda”, ha ammesso un portavoce del carcere di Huntsville, Larry Fitzgerald.
Dopo il suo accorato discorso e le recriminazioni per la giustizia di Stato che lo stava mettendo a morte, ha ricevuto il cocktail letale alle 20.49, con quasi 2 ore di ritardo rispetto all’orario precedentemente fissato per l’esecuzione, le 19 ora locale, per effetto di brevi sospensioni disposte da giudici che stavano studiando il caso.
In passato era riuscito ad evitare già per cinque volte l’esecuzione, ma questa volta non c’è stato nulla da fare, e Graham è diventato la 221 vittima dal 1976 della “macchina della morte” texana.
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ROCCO DEREK BARNABEI (Jarratt, Virginia – 14 settembre 2000)
Quella di Rocco è forse la storia che più ha colpito e riempito le pagine di cronaca e i telegiornali italiani per buona parte del 2000 fino al 14 settembre, quando, secondo le leggi degli Usa, “giustizia è stata fatta”. E’ la storia che infiammato i cuori dell’Italia, che ha spinto anche politici del Bel Paese a chiedere la grazia per Rocco Derek Barnabei, un italo-americano originiario di Siena, rinchiuso nel braccio della morte della Virginia per un crimine che ha sempre detto di non aver mai commesso.
Accusato dell’omicidio della sua fidanzata, Sarah Wisnowsky, 17enne studentessa di college, avvenuto nel 1993, Derek si è sempre battuto dichiarando la totale estraneità ai fatti, e chiedendo insistentemente un test del DNA per dimostrare finalmente che i brandelli di pelle trovati sotto le unghie della ragazza non appartenessero a lui. Le uniche prove che sono state sufficienti per condannare a morte Barnabei, sono state l’aver trovato tracce del suo sperma nella vagina della ragazza e del sangue (che non è sicuro sia di Sarah) nella camera di Derek, e l’accusa ha montato su questo la storia dello stupro ai danni della povera ragazza, del suo omicidio e dell’abbandono del cadavere nel fiume Lafayette da parte di Barnabei (”E’ stato semplicemente un rapporto sessuale, nessuno sturpo, nessuna violenza”, aveva più volte affermato il condannato). Ma tantissime sono invece le prove che lo avrebbero scagionato, a partire dall’orologio della vittima che è sparito e che si sarebbe fermato al momento della sua morte, cosa che avrebbe reso inattaccabile l’alibi dell’uomo per quella sera, per finire con la scomparsa dei risultati dell’autopsia effettuata sul corpo della ragazza, che avrebbe permesso di effettuare il fatidico esame del DNA e scarcerare l’italo-americano, tenuti nei poco sicuri archivi di Stato di Norfolk, e che il Governatore si è rifiutato di prendere in considerazione per commutare la sua condanna o riaprire il processo prima che venissero trafugati. Nello Stato della Virginia, difatti, quando un caso viene chiuso, si hanno a disposizione al massimo 21 giorni per presentare nuove prove e testimonianze per far riaprire il processo, superato quel termine la giustizia va avanti, ignorando ogni prova, anche di inconfutabile innocenza, per salvare una vita umana.
Negato l’esame del DNA tanto richiesto, il Governatore fissò come data di esecuzione il 14 settembre. Nonostante le pressioni internazionali per bloccare l’esecuzione, tutto procedette come previsto, e Barnabei consumò l’ultimo pasto alle 17.06 ora locale. Trascorse le ultime ore pregando con il Reverendo Jim Gallagher. Alle 8.54 venne condotto nella camera della morte, con indosso una maglietta blu, un paio di pantaloni da carcerato, calzini bianchi e un paio di ciabatte da doccia blu. Legato al lettino in attesa del cocktail letale, le sue ultime parole furono: “Sono veramente innocente di questo crimine, alla fine la verità salterà fuori”. Dopo, rivolgendosi alla madre e al fratello, disse di amarli entrambi, citò un passo della Bibbia e ringraziò diverse persone che si erano interessate al suo caso. Il veleno mortale iniziò a scorrergli nelle vene alle 21.02, e Barnabei continuò a parlare finchè i movimenti delle sue labbra non si fermarono pochi secondi più tardi. Venne dichiarato morto alle 21.05.
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TIMOTHY McVEIGH (Esecuzione Federale, Terre Haute, Indiana – 11 giugno 2001)
Il 19 aprile del 1995 ci fu una delle più grandi carneficine della storia che gli Usa ricordino, dopo naturalmente l’attentato dell’11 settembre 2001 alle Torri gemelle di New York: l’esplosione dell’Alfred P. Murrah Federal Building ad Oklahoma City, nella quale morirono 168 persone, di cui 19 erano bambini, ad opera di Timothy McVeigh.
McVeigh venne considerato un terrorista, un sovversivo aderente ai movimenti armati dell’estrema destra. Ebbe una brillante, seppur breve, carriera nell’esercito, nella quale conseguì il grado di Sergente e fu pluiridecorato per merito durante la guerra nel Golfo Persico. Lasciato l’esercito si dedicò al commercio di armi e cominciò ad aderire a gruppi via via sempre più estremi della destra, fino al suo arresto in seguito all’incriminazione per strage.
Processato e condannato a morte per un reato federale, McVeigh non ha mai combattuto per evitare la sua esecuzione, che sarebbe stata la prima federale dal 1988 (anno della sua reintroduzione nelle leggi americane), non si è mai proclamato innocente, non si è mai dichiarato pentito nè tantomeno ha voluto un processo d’appello per sfuggire alla sua morte. Secondo la “Federal Death Penalty”, la legge del 1994 prevede che l’esecuzione avvenga nello Stato dove è Stato commesso il crimine, e se lì non è prevista la pena di morte, il giudice che ha emesso la condanna può scegliere un altro Stato per portare a termine l’esecuzione. Il federal Bureau of Prisons ha convertito un vecchio carcere a Terre Haute, Indiana, in un nuovo istituto per prigionieri federali, dove le esecuzioni avvengono tramite iniezione letale.
Dal momento che negli Usa i parenti delle vittime possono assistere all’esecuzione dell’omicida dei propri cari, anche per l’esecuzione di McVeigh si sarebbe dovuta dare la possibilità, a tutti coloro che ne avevano diritto, di vedere il terrorista esalare l’ultimo respiro legato al lettino di morte, e così è stato: oltre ai 30 testimoni previsti per assistere all’evento (erano presenti rappresentanti dei media, quattro persone scelte da McVeigh e alcuni parenti delle vittime sorteggiati), circa 300 tra sopravvissuti all’attentato e congiunti dei deceduti hanno potuto seguire l’esecuzione in diretta tv trasmessa a circuito chiuso in una sala ad Oklahoma City. L’esecuzione venne fissata per l’11 giugno alle 7.14 della mattina (ora locale), dopo essere stata spostata dal 16 maggio, data precedentemente stabilita per delle questione legali. Nell’ultimo giorno prima dell’incontro con il boia McVeigh ha consumato il suo ultimo pasto, un chilo di gelato alla menta con scaglie di cioccolato, ha parlato con i suoi avvocati ed ha lasciato agli altri detenuti del carcere i suoi unici averi, libri ed un ventilatore per combattere il caldo torrido delle celle. Ha trascorso il resto del tempo a riposare, guardare la tv e parlare con gli agenti di custodia. Indossava una tuta color khaki, una maglietta bianca e delle ciabatte di gomma per l’esecuzione. Ha lasciato come messagio di addio una poesia di William Henley, un poeta inglese dell’Ottocento: “Sono il padrone del mio destino, il capitano della mia anima”. McVeigh ha consegnato il testo della poesia scritto a mano da lui stesso, ma non ha detto una sola parola. Dopo essersi sdraiato da solo sul lettino, l’iniezione letale gli è stata praticata nella gamba destra alle 7.10, ha alzato un attimo la testa, ha fatto un paio di respiri profondi, ed è morto ad occhi aperti, fissando il soffitto e la telecamera che stava trasmettendo in diretta l’esecuzione.
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AILEEN CAROL WUORNOS(Starke, Florida – 9 ottobre 2002)
Tra il 1989 ed il ‘90 sulle autostrade della Florida, le famose “Highway” americane, batteva una prostituta che covava in seno un odio inspiegabile per gli uomini, un senso di totale disprezzo che si portava appresso sin da quando era bambina, violentata e sottoposta ad abusi sessuali dal nonno e da altri uomini. Aileen Carol Wuornos, questo il suo nome, ribattezzata “la damigella della morte” per la freddezza con cui uccideva i suoi clienti dopo un rapporto sessuale con un colpo di pistola, ha sempre vissuto ai limiti della legalità, tra furti, droga e relazioni improbabili con uomini (rimase incinta a soli 14 anni, ma la bimba venne data in affidamento) e con una donna (fu la sua compagna a testimoniare contro di lei e a farla così condannare alla sedia elettrica). Iniziò ad uccidere nelle fredde e piovose notti del 1989, e la prima vittima della sua furia fu Richard Mellory, colpevole come tutte le altre vittime di “essere uomini”, la categoria di persona che le aveva rovinato la vita. Condannata alla sedia elettrica per 3 volte consecutive nel 1992, durante i processi ha espresso tutto il suo disprezzo per le vittime, dicendo che le aveva uccise dopo che l’avevano stuprata, e maledicendo la giuria ed il giudice che l’aveva condannata a morte.
Di anni ne sono passati 10, e la Wuornos ha alla fine confessato tutti i suoi delitti non giustificandoli come crimini per legitima difesa, ma per semplice odio per la razza umana, e ha lasciato decadere tutti i suoi appelli che le erano rimasti per ritardare l’esecuzione o addirittura evitarla chiedendo di essere giustiziata. “Odio profondamente il genere umano, e se tornassi libera ucciderei di nuovo”, con questa motivazione pretendeva di morire, ed è stata sottoposta a dei test per verificarne l’effettiva competenza mentale per prendere la decisione di abbandonare gli appelli ed essere giustiziata. Giudicata sana di mente, le venne fissata una data per il 9 ottobre 2002, e scelse il metodo dell’iniezione letale (dal 2000 in Florida è possibile scegliere tra la sedia elettrica e l’iniezione letale, dopo la cruenta esecuzione di Allen Lee Davis). Trasferita il 29 settembre dal braccio della morte femminile alla Raiford Prison di Starke, ha trascorso le sue ultime ore di vita parlando con una sua amica del nativo Michigan, e ha rifiutato l’ultima cena, pollo cotto al barbecue, pasto per tutti i detenuti del carcere. La mattina dell’esecuzione si è svegliata di buon umore alle 5.30, pronta per essere giustiziata, e collaborativa con la “squadra della morte” che l’ha legata al lettino e l’ha trasportata nella stanza delle esecuzioni, senza opporre alcun tipo di resistenza. Curiose furono le sue ultime parole, quasi da delirio mistico: “Voglio solo dire che navigherò con la Roccia (Gesù), e tornerò come in Indipendence Day con Gesù, il 6 giugno, come nel film, la grande nave-madre e tutto il resto, tornerò″. Appena il cocktail letale di farmaci le venne inoculato, non emise alcun rumore o suono, chiuse gli occhi e smise di respirare. Per i testimoni dell’esecuzione, si è trattato di una morte serena, tranquilla.
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